mercoledì 13 luglio 2016

Sulla liberalizzazione dei rapporti

Perché alle persone più importanti nella nostra vita diamo il peggio di noi stessi e a quelle che non contano nulla diamo il meglio?
La cultura nordeuropea ci spiega come vivere felici: non legandoci alle persone. I ragazzi della mia età hanno rapporti quasi esclusivamente occasionali con persone che neppure conoscono, con le quali trascorrono delle ore in comune e poi ognuno per la sua strada. Con la famiglia si è freddi e distaccati, magari si abita lontano. Sul lavoro si è precisi, magari anche motivati, ma cinici. Niente complicazioni, non si mette passione in nulla, si vive la vita in libertà e "facendo esperienze". Sarebbe fantastico... Se non finisse mai.
Infatti alla base di questa idea di vita c'è una evidente ipotesi di immortalità. Una delle più importanti esperienze della mia vita è stata rischiare di morire. Nell'esatto momento in cui temevo che sarei morto non ho desiderato la mia carriera, il mio successo o mille esperienze. Ho desiderato solo di poter avere accanto a me la mia famiglia. 
Purtroppo in quel momento non potevo. Eppure le cose importanti sono quelle che rimandiamo di più. Ci hanno anestetizzato il cuore per non farci soffrire e ci hanno addestrato a dare per certa (e scontata) la presenza delle persone più importanti. A loro diamo il peggio di noi stessi, agli estranei invece il meglio, nella speranza di fare bella figura.
La realtà è che la vita va vissuta con passione ed impegno. L'idea che la "liberalizzazione" dei rapporti ci porti ad essere spensierati e felici è vera finché non conosci la morte. Poi, davanti alla paura immediata di perdere tutto ciò che hai, cioè la tua vita, capisci cosa desideri sul serio.